Tre uomini in barca (per non parlar del cane)

ZIO PODGER: COME APPENDERE UN QUADRO

QuadroNon vedevo mai tanto trambusto in una casa come quando mio zio Podger si accingeva a fare qualche cosa. Un quadro era tornato dal corniciaio ed era stato appoggiato a una parete della sala da pranzo in attesa di essere appeso. La zia domandava ove si doveva metterlo, e lo zio diceva:
«Lascia fare a me. Non vi impicciate del quadro. Farò tutto io».
E allora toglieva la giacchetta e cominciava. Spediva la domestica a comprare una manciata di chiodi, e poi uno dei bambini a raggiungerla per dirle di che dimensioni dovevano essere; quindi proseguiva gradatamente a mettere in moto tutta la casa.
«Tu, Bill, va a pigliarmi il martello e tu, Tom, a pigliarmi la riga; mi occorrerà anche la scaletta e sarà meglio avere anche una sedia di cucina. Tu, Jim, corri dal Signor Goggles e digli così: “Papà vi saluta tanto, vuol sapere come state con le gambe e vi prega di prestargli la livella a bolla”. Tu Maria non te ne andare; ho bisogno che qualcuno mi tenga la lampada; quando ritorna la domestica bisogna mandarla a comprare un pezzo di cordone; Tom poi … dov’è Tom? … Tom, vieni qui; prendi il quadro e dammelo!»

In quel momento il quadro sollevato gli sfuggiva di mano, saltava fuori dalla cornice, e lo zio, per salvare il vetro, si tagliava un dito; e allora si metteva a saltellare per la stanza, cercando il fazzoletto. Non trovava il fazzoletto: era nella tasca della giacca, e non sapeva dove aveva lasciato la giacca; quindi tutti della casa dovevano interrompere la ricerca degli strumenti e andare in cerca della giacca, mentre egli intanto seguitava a saltare in giro, dando impaccio a tutti.
«Nessuno in tutta la casa sa dove si trovi la mia giacca? Non m’è capitato mai di vedere gente simile! In sei, non siete capaci di trovare una giacca che mi sono tolta cinque minuti fa! … È proprio vero che … ».
In quel momento scopriva di trovarsi seduto proprio sopra la giacca, e allora gridava:
«È inutile che andiate in giro così: l’ho trovata da me. Rivolgermi a voi perché troviate una cosa, è come dirlo al gatto».

E dopo aver impiegato mezz’ora a fasciarsi l’indice tagliato, dopo aver trovato un altro vetro e mentre gli strumenti, e la scala, e la sedia, e la candela erano pronti, ecco che si ricominciava: tutta la famiglia, compresa la domestica e la donna a ore, doveva essere presente in semicerchio, pronta a dare una mano. Due persone dovevano reggere la sedia, una terza doveva presentargli il chiodo, una quarta il martello, mentre egli, prendendo il chiodo, lo lasciava cadere.
«Ecco» diceva in tono risentito, «è caduto il chiodo!»
E tutti dovevano inginocchiarsi a cercarlo, mentre lui se ne stava ritto sulla sedia a brontolare, chiedendo se dovesse rimanere là tutta la sera.
Il chiodo veniva finalmente scovato, ma il martello non si trovava più.
«Dov’è il martello? Che cosa ne ho fatto del martello? Santo Iddio! Ve ne state lì in sette a bocca aperta e non sapete che cosa ne ho fatto del martello!»
Gli trovavamo il martello, ma frattanto non sapeva più dove avesse fatto sulla parete il segno per il chiodo; e ciascuno di noi doveva a turno salire accanto a lui sulla sedia per cercar di trovare il segno; s’intende che ciascuno lo scopriva in un punto diverso e lo zio ci chiamava stupidi, l’uno dopo l’altro, ordinandoci di scendere. Ripigliava quindi la riga, per prendere di nuovo le misure, e siccome gli occorreva la metà di ottantuno centimetri e tre millimetri dall’angolo del muro, tentava di fare il calcolo a memoria e si sentiva impazzire.
Tutti tentavamo a memoria, e tutti a giungevamo a risultati diversi; beffandoci l’un l’altro. Frattanto, nel chiasso generale, veniva dimenticato il numero originario e lo zio Podger doveva rimettersi a prendere le misure.
Questa volta adoperava un pezzo di corda; ma nel momento in cui lo zio era inclinato sulla sedia con un angolo di quarantacinque gradi, tentando di raggiungere un punto a un decimetro più in là di quanto egli potesse inclinare, gli sfuggiva la corda, ed egli si abbatteva sul pianoforte, con un effetto musicale di prim’ordine, in conseguenza della velocità con cui la testa e il corpo avevano colpito nello stesso tempo tutte le note.
La zia Maria dichiarava di non volere che i bambini stessero lì presenti a sentire le espressioni dello zio.

Finalmente lo zio Podger fissava di nuovo il punto, mettendovi su con la sinistra l’estremità aguzza del chiodo, mentre prendeva il martello con la destra, Ma il primo colpo se lo dava sul pollice, e allora cacciava un urlo e lasciava cascare il martello sul piede del vicino.
La zia Maria osservava con dolcezza che un’altra volta quando lo zio Podger doveva ficcare un chiodo nel muro le facesse la finezza di avvertirla in tempo, perché ella potesse disporre le cose in modo da andare a passare una settimana con sua madre.
«Oh! Le donne trovano da ridire su tutto» rispondeva lo zio Podger, punto sul vivo. «Ebbene, a me piace fare questi lavoretti».

Quadro appeso!

Si provava di nuovo: al secondo colpo, il chiodo entrava tutto quanto nell’intonaco, tirandosi dietro mezzo martello, mentre lo zio Podger si abbatteva contro la parete con forza bastevole quasi per appiattirgli il naso.
Allora gli dovevamo trovar di nuovo la riga e la corda, bisognava fare un buco di nuovo … Verso mezzanotte il quadro era appeso, un po’ inclinato da una parte e alquanto instabile, mentre la parete in giro sembrava grattata da un rastrello, e tutti noi ci sentivamo stracchi e infelici, tranne lo zio Podger.

«Ecco fatto» diceva, scendendo pesantemente dalla sedia sui calli della donna a ore, e girando gli occhi con evidente orgoglio su tutta quella confusione. «Molti sarebbero ricorsi a un operaio per un lavoretto come questo».

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Tratto da “Tre uomini in barca (per non parlar del cane)” di Jerome Klapka Jerome
Traduzione di C.S. Inisca per gentile concessione della “Corbaccio” Dall’Oglio Editore s.r.l.